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Fiumi e acque : FOSSA LOVARA: PERCHE' ? (seconda parte)
Inviato da : Admin Giovedý, 15 Febbraio 2007 - 17:20
articoli pubblicati prima del 30/04/2007

Prosegue l'articolo che spiega l'origine del nome del nostro fiume e omonimo sito.



Altro appunto da fare a questa esposizione è la ricostruzione del nostro villaggio che si può vedere nella sala dedicata alle centuriazioni romane all'ultimo piano del locale Museo Civico Etnografico. Il paesaggio è quello che si può ammirare ancora adesso in comune di Carmignano, nel tratto compreso tra il Masina ed il Gorzone, zona conosciuta come Bosco dei Lavacci. Questa zona è ora oasi protetta e sembra aver conservato, per quanto possibile, le caratteristiche ambientali primitive. Un acquitrino, macchie di cespugli delle zone umide, prati, alberi a medio fusto... le capanne che si notano nel fotomontaggio non fanno parte della nostra cultura, sono state copiate da quelle esistenti nelle tundre e nelle foreste polacche. Nelle nostre zone non si hanno notizie di costruzioni alte e strette, bensì larghe e basse. Altra considerazione, se come sostiene il direttore del Museo, si trattava di costruzioni palafitticole o al massimo di terra-mare, dove stavano gli inumati? Sott'acqua? Possiamo considerare le palafitte come edifici precursori dei moderni palazzi veneziani. Anche allora si conficcavano dei pali nelle acque dello stagno o del lago e sopra vi si costruiva una piattaforma sulla quale s'innalzava la capanna. Data l'assenza di fondamenta, la costruzione doveva essere necessariamente bassa e larga con il tetto in paglia. Per comunicare con la terraferma c'era una passerella che la notte veniva ritirata per evitare l'attacco delle fiere. A differenza delle palafitte, le terra-mare avevano una parte di piattaforma sull'acqua ed una parte sulla terra. In entrambi i casi i pavimenti non erano a livello del terreno, ma sopraelevati e non si capisce dove fossero inumati i defunti. Se invece le capanne erano sulla terra ferma, dovevano essere su un dosso o comunque su una zona a riparo delle esondazioni del fiume e anche in questo caso il luogo sacro dei morti separato dal villaggio. Non dobbiamo dimenticare che da sempre gli uomini hanno avuto e hanno timore dell'al di là. Già i popoli primitivi avevano una forma semplice di religione. Adoravano il sole e la luna e tutti gli elementi. Temevano l'oscurità e tutto quanto era connesso con essa, compresi i morti. Gli Egiziani con le loro tecniche di mummificazione volevano impadronirsi del segreto dell'immortalità. Pur avendo studiato una procedura lunga e complessa, la paura della punizione era talmente forte, da inventare un avvocato difensore per l'anima del morto. Inoltre, nei Libri dei Morti, si trova una serie di suggerimenti per imbrogliare Anubi e conquistare il paradiso. Poiché credevano che i defunti vivessero anche nell'oltretomba, circondavano la mummia di statuine rappresentanti schiavi, animali, oggetti di cui potersi servire, cibi e bevande, ornando le tombe con paesaggi richiamanti i luoghi in cui era vissuto il defunto oppure descrivendone le gesta eroiche. Greci e i Romani erano più pessimisti. I loro Campi Elisi tristi e bui. Le anime dei defunti dovevano essere placate con continui sacrifici ed in ogni caso, dovevano essere tenuti a debita distanza. C'erano defunti buoni, Penati e Lari, protettori della casa e dei suoi abitanti, ma più numerosi erano le cosiddette Larvae , figure simili a demoni che bisognava placare soprattutto nel mese di febbraio, dedicato esclusivamente al culto dei morti. In un primo tempo, gli Etruschi avevano popolato il loro al di là di figure gioiose, con una concezione di vita ultraterrena assai simile a quella degli Egizi, ma sotto la dominazione romana, iniziarono a comparire mostri e demoni, mutuati dalle civiltà greca e romana. Infine arriviamo ai Paleoveneti. Dagli scavi effettuati soprattutto nella zona di Este possiamo stabilire che inizialmente esisteva un'usanza mista: cremazione ed inumazione, poi con l'assimilazione delle usanze dei dominatori, prevale la prima. Tutti questi popoli conservarono un'usanza comune e cioè quella del banchetto funebre al termine della cerimonia, con rottura rituale delle stoviglie usate. Le cerimonie si svolgevano nei recinti sacri e in nessun caso e presso nessuna civiltà i morti venivano seppelliti accanto ai vivi... la paura era molto più forte dell' amore e della lontananza. La civiltà cui si riferisce la nostra necropoli è quella di Remedello dove il culto dei morti era tenuto in alta considerazione, ma la città dei morti doveva essere lontana da quella dei vivi. Doveva avere un suo spazio sacro e protetto dagli assalti degli animali selvatici. Considerando poi che gli inumati si trovavano adagiati su uno strato torboso, sorgono alquanti dubbi che potessero essere stati sistemati in un primo tempo, sotto le capanne...molto probabilmente il concotto con l'impronta delle foglie di nocciolo non era il pavimento della capanna, ma della sepoltura e i vari strumenti rinvenuti nelle vicinanze , parte del corredo funebre.

 


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