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Storia : Aspettando il film... la storia della parrocchia di Stanghella (settima parte)
Inviato da : flaviana Martedý, 11 Novembre 2008 - 21:46
Articoli pubblicati dopo l'8 maggio 2007

Dicevamo dunque dei comignoli. Anche se i casoni erano tutti uguali, stesso impianto, tetto a spiovente, finestre piccole, il comignolo dava spazio alle fantasie più sfrenate.



Aspettando il film (storia della parrocchia parte VII)

 

Dicevamo dunque dei comignoli. Anche se i casoni erano tutti uguali, stesso impianto, tetto a spiovente, finestre piccole, il comignolo dava spazio alle fantasie più sfrenate.

Diciamo che invece dei numeri civici, era la forma del camino che distingueva una casa dall'altra. I camini erano l'immagine stessa della famiglia, un oggetto in cui identificarsi e ce n'erano a pettine, a ventaglio, a campana o altro. L'importante era che fosse diverso da qualsiasi altro della zona. Posti sempre sottovento, un po' distanziati dal casone vero e proprio, ultima propaggine di una specie di abside, detta cavarzerana che, per motivi di sicurezza, era coperta di tegole. (fig. 1)

LE IMMAGINI SI INGRANDISCONO IN UNA NUOVA FINESTRA CLICCANDOCI SOPRA.

 

fig._1_100_01

 Il più delle volte sporgevano completamente dalla parete, ma talvolta quando si costruiva una seconda camera, sopra la cucina, la canna fumaria restava all'interno, riscaldando così l'ambiente adibito a camera da letto o a granaio.

In qualche casone superstite possiamo notare, frammista ai mattoni, un'ossatura di grossi pali (alla sommità della parte in muratura) in forma di triangolo rettangolo, detta contena. Serviva di rinforzo alla parte muraria, ma anche per evitare lo scardinamento dei mattoni da parte dei ladri. Le contene erano poste particolarmente in prossimità degli angoli e, soprattutto nella parte posteriore del casone, dove di frequente c'era una stanza adibita a stalla.

Vediamo un po' come si costruivano queste curiose costruzioni che arrivano ad un loro preciso e determinato aspetto verso il XVI-XVII secolo. Abbiamo già visto nella precedente puntata com'erano all'interno, solitamente a pianta rettangolare, con due o quattro stanze disposte parallelamente ai lati di un corridoio. (fig. 2)

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Identico impianto si ritroverà nelle ville venete.(figg. 3 e 4)

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 Il caso più frequente è comunque quello che presenta sulla facciata un piccolo portico nel quale si aprono le porte per le varie stanze. (fig. 5)

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Completiamo l'informazione spendendo due parole sulla parte più importante: il tetto. Il legno più frequentemente usato era quello di robinia, perché duro e resistente, tagliato in luna calante perché non si tarlasse.

Preparati i mattoni, seccati al sole o cotti in fornace, tutta la famiglia o i gruppi di famiglie vicine si metteva all'opera. Si tracciava il perimetro dell'abitazione, si scavavano le fondamenta, poco profonde a dire il vero, e si procedeva ad alzare il muro. Questo in genere non superava i due metri e mezzo. (fig.6)

 

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 Completati i muri perimetrali e quelli divisori, era la volta del tetto. Anche qui abbiamo una prima distinzione o in paglia di grano (per i più poveri) oppure in canne palustri. Quelle più usate erano il cannello, la pavera, il trongiaro. (fig.7e 8)

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Abbiamo detto che il tetto era a quattro spioventi, i lati lunghi erano di forma trapezoidale, quelli corti triangolari. Si iniziava la travatura principale costituita da quattro grossi tronchi d'albero ben squadrati, che partendo dai quattro angoli della muratura si univano in alto a due a due ed erano quindi congiunti, sempre alla sommità da un'altra trave, detta appunto colmo o colmegna. (fig.9)

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 Segnati così i quattro spioventi, triangolari i due lati, trapezoidali quelli dei due fronti, venivano fissati (con rami di salice viminario o con filo zincato) numerosissimi altri pali più sottili, perteghe o atole, in direzione della pendenza delle falde e parallelamente alla linea di gronda; i primi avevano una distanza di 40-50 centimetri l'uno dall'altro, i secondi un po' meno.(fig.10 e 11)

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 I pali posavano sugli spigoli dei muri perimetrali e quindi non occorrevano fondamenta profonde o muri di grosso spessore. Il mastro casoniere prendeva dei mannelli di canna palustre e li infilava con una rastrella nell'intelaiatura di strutturi e sotto strutturi, partendo dal basso e pareggiandoli infine con una piccola roncola detta messora. (fig.12, 13, 14)

 fig.11_100 MANTO fig._12_100 

Il colmo del tetto era fissato con erbe palustri strettamente intrecciate in una forma aguzza, decorata da due corna o da due croci lobate, altre volte da una fila di tegole detta copara. Questo per il duplice scopo di tenere unite le canne sul punto di congiunzione e di far scivolare l'acqua piovana dove più facilmente poteva concentrarsi e penetrare all'interno. Come detto in precedenza tutte le notizie e le illustrazioni di questo articolo sono tratte dal libro di Paolo Tieto  "I casoni veneti" 1999- Panda edizioni.

Flaviana 


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